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Sezione dedicata ai
Gruppi Archeologici
della Provincia di Vicenza

Realizzato con il contributo del Centro di Servizio per il Volontariato della Provincia di Vicenza

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Colli berici

I Colli Berici ( designati in letteratura con il termine più appropriato di “Monti” Berici) a pochi passi dal centro di Vicenza rappresentano un prezioso scrigno naturalistico ed archeologico nell’ambito del territorio  della nostra provincia.


Percorrerli a passo lento, muniti di mappe o semplicemente a vista, seguendo gli antichi percorsi che l’uomo ha tracciato nel corso del tempo, può offrire a ciascuno un’occasione di scoperta e di grande interesse.

Uno sguardo particolare e attento a questo articolato sistema collinare dona la straordinaria opportunità di scoprire una ricchezza segreta, quella offerta dalle testimonianze del più lontano passato dell’uomo.

Le cavità naturali che si aprono numerosissime sui Berici, dovute alla loro storia geologica e alla natura prevalentemente calcarea delle rocce, hanno offerto fin dalla preistoria rifugio a gruppi umani, che hanno lasciato abbondanti tracce del loro stazionamento.

Innumerevoli sono gli studi condotti da studiosi e ricercatori già dalla seconda metà dell’800 (P.Lioy) e ai primi del ‘900 (G. da Schio). Intorno agli anni ‘50 del secolo scorso con l’adozione del metodo di scavo stratigrafico e di un approccio multidisciplinare gli studi assumono un carattere più rigorosamente scientifico: le ricerche prendono in esame lo studio dei sedimenti, dei suoli, dei depositi pollinici, dei reperti faunistici e delle industrie litiche e su osso e attraverso l’elaborazione e interpretazione dei dati ottenuti, cercano di formulare ipotesi ricostruttive degli antichi contesti ambientali entro cui collocare le comunità umane che occuparono quegli spazi nel passato.

Le grotte i cui depositi sono stati completamente esplorati e studiati sono collocate geograficamente nella porzione orientale dei colli.

Si citano di seguito: Grotta del Brojon, Covoloni del Brojon, Sengia Bassa di San Cassiano, Grotta Elisa e Grotta Marilisa,  Grotta della Mura e Grotta della Guerra, Covolo di Trene, Grotta di Paina, Grotta di S.Bernardino e Grotta Minore di S.Bernardino, Grotta della Stria.

La Grotta di San Bernardino a Mossano

Questa cavità, formata da due grotte affiancate, possedeva al suo interno un deposito di riempimento di notevole spessore che avrebbe potuto fornire informazioni preziose se non fosse stato pressoché totalmente asportato e disperso nel corso del tempo da interventi antropici successivi.

Dei depositi superiori rimane solo una modesta porzione riferibile al Paleolitico Superiore  (all’incirca tra i 35.000 e i 10.000 anni dal presente).

Grotta di San Bernardino a MossanoI depositi più antichi, ben conservati e documentati, riferibili alla parte atriale della Grotta, hanno restituito resti di fauna di mammiferi di grossa e piccola taglia, insieme a strumenti in selce (soprattutto raschiatoi e denticolati) di fattura musteriana, indicativa della frequentazione ripetuta e sistematica da parte dell’Uomo di Neanderthal (riferibili al paleolitico Superiore – tra 120.000 e 35.000 anno dal presente).

Questo sito di grande importanza per lo studio del Paleolitico Medio al lembo nord orientale della Pianura Padana è stato interpretato come  “campo-base” per i clan neandertaliani, quindi punto di riferimento logistico nel territorio.

La grotta di S.Bernardino è stata recentemente oggetto di interventi di ripristino e restauro, attrezzando il percorso di visita con pannelli didattici esplicativi e con la messa in sicurezza del sentiero per accedervi. Gli interventi sono stati realizzati a cura della Regione Veneto, della Fondazione Cariverona e del Comune di Mossano.

La Grotta del Brojon a Lumignano

Altra stazione preistorica ben conosciuta è la Grotta del Brojon, in Comune di Lumignano, tuttora oggetto di campagne di scavo condotte da docenti e ricercatori dell’Università degli Studi di Ferrara.

La Grotta del Brojon a Lumignano La grotta si apre sul versante meridionale del Monte Brosimo, a 135 m di altezza sul livello del mare; in origine si trattava di un inghiottitoio carsico sulla sommità del monte, che il progressivo arretramento del versante ha portato a vista, con apertura laterale della cavità.

La possibilità di accedere ad un riparo di grandi proporzioni, con una collocazione strategica sulla sottostante pianura, ha attirato l’attenzione dell’uomo fin dalla preistoria.

Il deposito di riempimento della grotta ( di complessivi 15 metri), in parte sconvolto da scavi clandestini, ha restituito strumenti litici e abbondanti resti faunistici.

Per il Paleolitico Medio sono stati identificati strumenti in selce attribuiti al complesso culturale musteriano, che contraddistingue l’Uomo di Neanderthal; la modesta quantità di manufatti proverebbe una frequentazione non intensa ma ripetuta nel tempo del sito.

Il Paleolitico Superiore, attestato nella serie stratigrafica superiore del deposito, ha restituito   manufatti in selce e in osso riferibili per la parte più antica al complesso culturale Aurignaziano e, per la parte sommitale del deposito, al Gravettiano ed Epigravettiano. Sono stati identificati anche alcuni canini atrofici di cervo forati, utilizzati come oggetti ornamentali (forse elementi di collane) indicativi di una nuova sensibilità per la bellezza e la spiritualità, di cui è portatore l’Uomo Moderno (Homo sapiens).

Donata Fiorentin